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mercoledì 29 giugno 2011

Lele e il socio della ‘ndrangheta, gli interessi dell’impresario dei vip sul lago di Garda

Picchiatori, piromani e personaggi vicini alla ‘ndrangheta. Ecco quali sono le amicizie pericolose di Lele Mora. Lui, l’impresario dei vip, coinvolto nello scandalo Ruby, da tempo è legato a interessi sul lago di Garda. Ed è qui che l’amico del premier, quello, che secondo Ilda Boccassini, portava le ragazze ad Arcore, incrocia uomini vicini alla criminalità da tempo insediata nella zona del basso bresciano. Si tratta di rapporti in cui, Mora, incappa inconsapevolmente. Insomma lui, probabilmente, non sa chi sono i suoi interlocutori. Ma andiamo con ordine.

Un anno fa Lele Mora entra in affari con Carmelo Anastasi, 48 anni, milanese. Nel marzo del 2009 l’agente dei vip, incalzato dalla Guardia di finanza, che sta indagando sul suo impero imprenditoriale, mette in liquidazione tutte le società del gruppo LM. Un’inchiesta del Corriere della Sera rivela che la Fonema edizioni musicali, controllata sulla carta dal figlio Mirko, finisce a una finanziaria svizzera e allo stesso Anastasi.

Ma chi è Anastasi? Un ex poliziotto, già da tempo inserito nel giro della security di Mora e suo malgrado salito all’onore della cronaca locale per essere stato condannato pochi mesi fa e in primo grado a due anni e tre mesi dal Tribunale di Brescia. L’accusa è di concorso in sequestro di persona, porto d’armi abusivo e lesioni. Assieme ad altri e a Leo Peschiera, 54 anni ex autista diUmberto Bossi, rapì il parcheggiatore di una discoteca, sostengono i giudici, per fargli confessare d’essere il colpevole dell’incendio del Lele Mora House. Il locale è situato a Desenzano del Garda. L’agente dei vip lo ha acquistato nel 2008. L’idea era rilanciarlo. Il risultato fu quello di finire dritto dritto nel mondo a tinte fosche della vita notturna gardesana.

La Lele Mora House, prima di essere acquistata dall’impresario dei vip, si chiamava Backstage, anche conosciuto come ex Biblò. Nel luglio del 2007, un’informativa del Gico di Brescia segnalò come un ramo della società che controllava il locale di via Colli storici a Desenzano, era in realtà nelle disponibilità di un’organizzazione criminale che legava esponenti della camorra (clan Laezza-Moccia di Afragola, Napoli) ad altri della ‘ndrangheta (clan Piromalli di Gioia Tauro, Reggio Calabria). Quel documento servì alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per confiscare il locale stesso, rilevato, nel 2009, da Lele Mora e trasformato nel Lm House.

Il provvedimento, istruito dalla Dda e dal Gico, arrivò a sequestrare oltre trenta milioni di euro in beni ai clan calabresi e campani del nord, in un’operazione ribattezzata “Mafia sul lago”. Tra i protagonisti c’è tale Francesco Carmelo Pisano di 57 anni, originario di Gioia Tauro ma residente a Lonato sul Garda.

Scrive il Gico: “Come confermato anche dalle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, questi [Pisano ndr.] viene indicato come gravitante attorno alla cosca ‘Piromalli’ di Gioia Tauro”; fatto confermato da varie sentenze di diversi tribunali italiani, nei quali Pisano è stato giudicato per associazione mafiosa, a cominciare da quello di Palmi nel lontano 1997. I finanzieri poi si soffermano a valutare la situazione economico-patrimoniale del pregiudicato. Egli risulta tra i soci fondatori dell’Area Building Srl, della quale possiede il 25 per cento del capitale: un’impresa di costruzioni con sede operativa a Pozzolengo in provincia di Mantova, ma non distante dal basso Garda.

E Pozzolengo è anche il paese in cui risiede Carmelo Anastasi. In una visura, datata 2009 ed effettuata presso la Camera di commercio di Verona, città ove ha sede legale la Area Building, negli assetti societari assieme al Pisano è presente pure l’Anastasi. Egli è il proprietario del 50% delle quote.

Nell’inchiesta sui clan in riva al Garda si ricorda inoltre che il Pisano “Fin dai primi anni ’90 era apparso in stretto rapporto coi fratelli Fortugno”, ovvero con altri esponenti della ‘ndrina dei Piromalli – sempre secondo il Gico di Brescia – a loro volta attivi nel basso Garda e proprio in questi giorni a processo assieme per lo sfruttamento della prostituzione. Nei loro summit, i compari calabresi, in contatto con quelli campani, ribadivano che non “era il caso di farsi la guerra, perché le ragazze e la droga potevano essere gestite assieme!” Teatro di questa laison, il solito mondo notturno in riva al lago. Una realtà che Mora e il suo entourage, loro malgrado, hanno imparato a conoscere molto bene.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it di Fabio Abati

sabato 7 maggio 2011

Il giudice: «Sul lago di Garda la camorra lava i soldi sporchi»

C'è Francesco Peluso, 56 anni, vissuto a Castelnuovo del Garda, condannato a due anni di reclusione per aver favorito la latitanza di Vincenzo Pernice, un boss dell'Alleanza di Secondigliano. C'è Ciro Cardo, 55 anni, cognato di Pernice e residente a Peschiera del Garda ma ora in carcere perchè condannato a sei anni a Verona per usura ed esercizio abusivo del credito. Il giorno della cattura di Pernice, eseguito dagli agenti della Dia, gli aveva fatto visita a bordo della sua Porsche. C'è anche Salvatore Longo, 37 anni, latitante, altro cognato di Pernice e condannato a Verona a 8 anni e sei mesi per usura. Era lui che manteneva i contatti con il boss via telefono più volte intercettato dagli uomini della Dia.

Tutti questi nomi appaiono nella motivazione della sentenza di condanna contro Francesco Peluso e il figlio Renato, condannati a due anni di reclusione per aver agevolato la latitante di un boss della camorra. I fatti risalgono al gennaio 2005. La decisione del tribunale di Venezia rappresenta uno straordinario documento che «certifica» la presenza della camorra sul nostro territorio e nel suo tessuto imprenditoriale. I due Peluso sono stati condannati a due anni di reclusione perche «in concorso tra loro» e con l'obiettivo «di agevolare l'attività delle associazioni di stampo mafioso», riporta il capo d'imputazione, aiutavano il latitante Vincenzo Pernice a sfuggire agli artigli di inquirenti e procura antimafia di Venezia. Il Pernice viene descritto nella sentenza come appartenente all'Alleanza di Secondigliano, noto clan di camorra. Il boss era sfuggito ad una maxi operazione della procura di Napoli del 5 luglio 2004 e fu arrestato a Portogruaro il 15 gennaio 2005 dopo 6 mesi di latitanza. È, però, nella lettura della sentenza che emergono gli inquietanti legami della camorra con la nostra provincia e, in particolare, con il lago di Garda.

CARDO e PERNICE. Il giorno dell'arresto del latitante, Ciro Cardo è stato visto fuori dalla casa di Portogruaro di proprietà dei Peluso dove si era nascosto il Pernice. È il 15 gennaio 2005. Il Cardo si allontana poco prima del blitz degli agenti della Dia a bordo di una Porsche dove si trova un'altra persona. Pochi minuti e il boss finisce in manette mentre Francesco e Renato Peluso vengono denunciati per aver agevolato la latitanza di un camorrista con l'accusa di favoreggiamento.

PERNICE e PELUSO. I giudici segnalano «una certa contiguità territoriale» tra Francesco Peluso, residente all'epoca a Castelnuovo del Garda e il Pernice. La moglie del latitante, Maria Rosaria Cardo, d'altro canto, abitava a Sirmione. E il cognato Ciro Cardo abitava a Peschiera. Che Pernice frequentasse la zona del lago di Garda lo stanno a testimonare anche le visite alle quali si è sottoposto anche da latitante nella casa di cura Pederzoli di Peschiera, una addirittura il 14 gennaio 2005 il giorno prima della sua cattura, svolta sotto falso nome. Francesco Peluso poi partì da Castelnuovo per partecipare al funerale di Gennaro Licciardi detto la «scimmia» e considerato il capo clan di quella famiglia di camorra.

GLI INTERESSI DI PERNICE. Il latitante, scrivono ancora i giudici veneziani, «aveva interessi commerciali che lo portavano con una certa frequenza nella zona del lago di Garda». L'attività di Pernice? La vendita di capi d'abbigliamento soprattutto in pelle. Nè più nè meno che la stessa professione di Ciro Cardo. Lo stesso commercio con il quale l'imprenditore napoletano, residente a Peschiera, è finito nella morsa della procura di Verona e della Dia di Padova, fino alla condanna a sei anni di reclusione. Tutte le vittime della sua attività di credito, ritenuta abusiva dal tribunale di Verona, vendevano i capi d'abbigliamento ed erano costretti a rivolgersi a Cardo per rifonrirsi della merce, proveniente dal suo magazzino di Peschiera. Ma, soprattutto anche per chiedere prestiti che, per il tribunale in un caso, il cinquantacinquenne avrebbe elargito con tassi usurari.
Nella veste di «magliaro», scrivono i giudici in un passaggio chiave della sentenza contro i Peluso, «è stato indagato il Pernice che, in ipotesi accusatoria, attraverso l'attività d'imprenditore avrebbe consentito il riciclaggio, la ripulitura e l'incremento di somme di danaro provento di traffici illeciti».
A riprova che la zona del lago di Garda rappresentava una «lavanderia» dei soldi sporchi provenienti dalla camorra, è spuntata anche una srl che operava nella zona del lago di Garda ed aveva come principale obiettivo l'attività di vendita di vestiti. I nomi dei soci parlano da soli: Vincenzo Pernice, Ciro Cardo e Pietro Licciardi.

fonte: Giampaolo Chavan, l'Arena

giovedì 18 novembre 2010

RETE ANTIMAFIA di BRESCIA

In questi giorni a Brescia si sta svolgendo, nel disinteresse generale, un processo contro una ‘ndrina che utilizzava le discoteche del Basso Garda come base per i suoi traffici (droga, armi, prostituzione). Un gruppo di associazioni, preoccupate da quanto emerso durante il dibattimento, ha fondato la RETE ANTIMAFIA di BRESCIA. Ora vogliamo sensibilizzare il popolo della notte relativamente a tutto ciò, con un VOLANTINAGGIO DAVANTI ALLA DISCOTECA per mantenere alta l’attenzione su quello che è successo e potrebbe succedere di nuovo sulle rive del Garda!
 
RitrovoVENERDI’ 19 NOVEMBRE 2010 ore 23.30 al parcheggio del Biblò.